COSA VUOL DIRE ESSERE ITALIANI
In morte di Mario Rigoni Stern
Ero a Parigi, nel dicembre scorso, e mentre l’anno vecchio lasciava spazio a quello nuovo, seduto in un caffè, non lontano da Les Invalides, leggevo I racconti di guerra, di Mario Rigoni Stern.
Avevo conosciuto il suo lavoro negli anni del liceo, quando programmi ministeriali ancora degni di questo nome ci costringevano a leggere, tra gli altri, Il sergente nella neve, l’epopea dell’ARMIR, l’armata – se così si può chiamare – degli italiani in Russia.
Avevo trovato il libro che stavo leggendo in offerta alla Feltrinelli di corso Buenos Aires, in una buona edizione degli Struzzi dell’Einaudi.
Cosa c’è nell’opera di Rigoni Stern che mi ha attirato, catturato, inchiodato alle pagine, costretto a star sveglio oltre lo stimolo del dormire?
C’è, per dirla breve, tutta la drammaticità dell’essere stato un italiano adulto nello scorso secolo breve. Ne I racconti di guerra, Rigoni lascia trasparire tutta la sua esperienza al fronte, nella prima come nella seconda guerra mondiale, il suo amore per la montagna, i combattimenti sul fronte francese del piemonte prima che lo stato italiano cambiasse idea e si schierasse contro gli Stati Centrali. C’è il sangue versato sulle nevi albanesi, jugoslave e russe. C’è la solita e banale drammaticità della guerra – che è sempre uguale a se stessa, in ogni periodo e in ogni latitudine. C’è lo spreco delle vite di milioni di giovani, morti sul Carso, in Albania, in Russia, ma soprattutto morti prima ancora di partire per il fronte. Morti per una decisione presa in un ufficio, morti perché il loro nome compariva in un elenco ciclostilato. Morti, morti, morti e basta.
C’è tutto quello che l’Italia del ventennio ha significato per la storia moderna di questo nostro povero paese. C’è il senso dell’ineluttabile sconfitta e l’imperituro senso di colpa dei sopravvissuti, ci sono i moschetti che non sparano e le coperte che non riparano, i muli morti nei burroni che gli alpini non mangiavano per il senso del rispetto verso quegli animali che sull’altopiano li aiutavano nella vita di tutti i giorni.
Ci sono le migliaia di figli mai nati, che tutti i morti nella guerra fascista avrebbero avuto se fossero rimasti a casa, a badare al proprio podere o in fabbrica ad avvitare bulloni.
C’è il senso della vita che prende il sopravvento sulla morte, il bicchiere di vino dopo il bombardamento massiccio, lo stupore e la gioia del sentirsi ancora vivi quando i tuoi compagni sono morti, la gratitudine per la vita che è rimasta attaccata al tuo culo e allo stesso tempo la disperazione per non aver lasciato le ossa una volta per tutte nel solco della granata.
L’Italia moderna, per un verso nasce dalle ceneri della guerra, per l’altro nasce dalla continuità con il ventennio. Questo nostro paese è ancora vittima di se stesso, dimentica i suoi migliori uomini, calpesta i sacrifici che molti dei suoi figli hanno compiuto e si mostra volgare e vigliacca mostrando la faccia moderna del suo passato. E allora mi viene da pensare a quanti sono stati costretti al sacrificio estremo, glorificato dalla retorica fascista e inutile nella realtà. Quanta gente è morta per questo paese, soldati, partigiani, ebrei, rivoltosi, buoni soldati. Oggi ricordiamo Rigoni Stern e tramite lui ricordiamo tutti i morti senza nome e senza talento alcuno – se non quello di prendersi una pallottola nell’inverno albanese.
Quindi, per non stancarvi oltre e per far sì che arriviate fino in fondo a questo scritto, stasera ricordiamo Mario Rigoni Stern, italiano, alpino, soldato, voce dei senza nome dei conflitti mondiali e dei cittadini qualunque sacrificati sull’altare dei sogni di potenza internazionale. Stasera ricordiamo la morte che si è concentrata sulle generazioni precedenti alle nostre. Stasera, come tutti i giorni, ci impegniamo a far sì che quelle vite e quelle morti, non passino invano.
Comprate un libro di Rigoni Stern – ne ha scritti davvero molti – e regalatelo a un amico, a vostra sorella, al conducente dell’autobus o al vostro barista.
Non servirà a niente, ma servirà a molto.

avrei preferito ignorarlo, far finta che non esistesse, rimandare al mittente le sue provocazioni, ma stasera, di fronte alla sua ennesima boutade giocata sulla pelle degli altri,proprio non ce la faccio. e quindi ricordo all'orrendo ferrara (e non mi riferisco al suo aspetti fisico) un paio di cose che fa finta di non sapere:
1. l'aborto è una pratica esistenzialmente dolorosa per le donne che decidono di praticarlo. non è una scorciatoia, tantomeno è una pratica anticoncezionale. è un diritto dell'individuo. e per individuo intendiamo un essere pronto alla vita, con tutti gli organi formati e con la consapevolezza di se stesso.
2. cercare il modo di affermare un'altra 'sovranità' all'infuori della donna che possa legiferare sul suo diritto di portare o meno a termine la gravidanza - entro i termini previsti dalla legge - questo sì è nazismo (mi riferisco alla sua ultima boutade in cui dice che all'ingresso delle cliniche in cui si pratica l'aborto a norma di legge andrebbe scritto l'aborto rende liberi, sulla falsa riga di ciò che c'era scritto all'ingresso dei campi di concentramento nazisti.
3. ferrara, evidentemente, si annoia, la sua vita borghese non gli basta. gli suggeriamo di misurarsi con temi più consoni alla sua noia, invece di affrontare questioni che evidentemente sono al di fuori della sua portata. per esempio, potrebbe fare una lista contro i passaggi a livello, oppure una lista contro il caffè corretto. oppure ancora contro la finta mozzarella sulla pizza o contro la moquette negli alberghi londinesi.
per chi era convinto che luttazzi avesse torto, forse è giunto il momento di cambiare idea.
Canzoni che mi uccidono #2
Michelle Shocked, Anchorage
Io e il mio amico rock’n’roll addict del liceo comprammo i biglietti per il concerto di michelle shocked allo – manco a dirlo – shocking club. Sarà stato tipo una quindicina di anni fa. Finì che quasi il buttafuori ci mena perché finito il concerto le hanno impedito di fare i bis in quanto giustamente doveva partire la discoteca e io e il mio collega non ci staccavamo dalla transenna sotto il palco. Poi, in qualche modo, ci convinsero ad andarcene. Aspettammo il tram come al solito e prendemmo la strada di casa piuttosto sconsolati.
In quel periodo si parlava un sacco di musica, ci passavamo un sacco di cassette con su gli ultimi acquisti. Poi quando arrivò il negozio che affittava i cd tutto fu splendido, anche se per un breve periodo. Nel frattempo il genio del mio collega era riuscito, all’ennesimo tentativo, a farsi bocciare a giugno. Così, dopo l’estate io passai dalla gogna di settembre come al solito e lui si trovò nella classe di fronte alla mia. Ci prendevamo un sacco sul serio, troppo, ma eravamo solo dei ragazzini. Quando leggemmo sui cartelloni che era stato bocciato non trovammo niente di meglio che metterci a piangere insieme sui gradini della scala interna della scuola, in pieno intervallo, senza preoccuparci di essere visti in lacrime. Altri tempi.
Anchorage è un pezzo d’addio, una ragazza che scrive una lettera alla sua vecchia amica dei tempi andati. Ora la protagonista ha un figlio e si è trasferita ad Anchorage, per l’appunto. L’amica è rimasta a new york. Com’è a new york? What’s it like to be a skateboard punk-rocker?
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sunday, sunny sunday
giornata di gran sole oggi a milano, io vi scrivo in diretta da casamedusa dove stiamo facendo gli ultimi ritocchi all'ep prima del mastering. 4 pezzi 4, ho appena ricantato il brano in inglese e adesso è proprio come volevo, c'è addirittura un momento, quasi un'intera parola in cui la mia voce sembra vagamente quella di bono (un cantante irlandese, conoscete?). Incredibile come cantare in inglese ti cambi la voce. con oggi il mio lavoro è finito, toccherà poi a chi se ne intende di manopole e compressori valvolari per il mastering. io spesso non sento la differenza tra le diverse take di voce, figuratevi se posso influire nel processo di mastering.
adesso torno al banco, stasera si festeggia la fine dei lavori.
Canzoni che mi uccidono #1
In attesa di fare la mia rentrèe domani sera dopo la conferenza stampa di presentazione di Neverland inauguro una nuova rubrica qui su cosechecapitano: il titolo è piuttosto chiaro, Canzoni che mi uccidono. La prima puntata è per un gruppo che amo profondamente, direttamente dalla Svezia profonda, The Ark.
Calleth you, cometh I, The ark
That’s where my reason stops and something else comes in
Solo alcune grandi canzoni riescono a essere contemporaneamente gioiose e malinconiche, struggenti ma guidate da un beat che non ti lascia. Roba che ti fa venir voglia di strapparti la maglietta e uscire fuori sotto il temporale, solo per sentirti vivo. E accende un momento in cui rivivi tutti gli errori che hai fatto ma insieme senti una forza che ti rende sicuro che non li commetterai di nuovo, anche se sotto c’è il ragionevole dubbio che appena finisce la canzone quella certezza svanirà. Una sequenza di accordi facile facile, una melodia che punta diretta allo stomaco, batteria che suona tutti i quarti e il gioco è fatto. Chapeau.
Basso distorto tanto per iniziare, poi piano chitarre e batteria. Eravamo troppo giovani quando avevamo la nostra cosa, dice il cantante. So tutto e lo so bene, ma so anche che appena mi chiami io arrivo. Ritornello, si va, così è e così deve essere.
Stacco di piano. Ok ragazzi potete rientrare che si va avanti con la storia. Il chitarrista alla fine del verso butta lì una frase di chi la sa lunga, puro r&b old school. Dev’essere una Gibosn sg, suono pulito delle valvole. E dopo il secondo ritornello una melodia in puro stile morricone, con tanto di sinth tipo coro femminile. La melodia principale, costruita su un’armonia a scatti, sono gli ostacoli, i dubbi, le incomprensioni e le delusioni. La risposta del chitarrista è quella voce dentro te che ti dice che è tutto ok, ce la puoi fare, basta crederci. Già, basta crederci.
Questa canzone nutre la mia parte glam, che, anche se potrete far fatica a crederci, esiste. Cercate il video su youtube e godetevi le canottiere del batterista, la pelata del produttore, i pantaloni di pelle e tutto il resto dell’armamentario. E godetevi, soprattutto, una grande canzone.
dopo una certa latitanza dovuta a diverse faccende che si sono accavallate negli utlimi mesi, eccomi per un aggiornamento su quello che è successo e su quello che succederà.
a fine marzo uscirà respirare, lavorare un cd singolo contenente 4 tracce. il cd sarà in vendita su itunes e in formato fisico ai concerti. quindi i feticisti del cd (categoria alla quale appartengo) possono stare sereni, potranno recuperarlo ai concerti o dallo shop nel mio sito. ecco la tracklist:
1. respirare, lavorare
2. lungo i viali (alt. version)
3. our love lost
4. waterloo
andiamo con ordine:
respirare, lavorare è il singolo che aprirà la strada al nuovo disco che uscirà a ottobre 2008. è un pezzo elettrico, diretto e chitarristico. lo avete già sentito in versione acustica nel tour scorso.
lungo i viali: ho registrato in studio la versione dilatata che ho suonato nel tour acustico.
our love lost è un brano che ho scritto in inglese l'anno scorso, quando lavorando a delle verioni in inglese dei miei vecchi brani ci ho preso gusto e ne ho scritti di nuovi nella lingua della perfida albione. il suono è tra le atmosfere di sea change di back e alcune ballate dei radiohead - o almeno questo era nelle mie intenzioni, mi saprete dire voi se siete d'accordo o meno.
waterloo, un brano nuovo qui in versione pianoforte e voce, anche questo lo avete sentito nel tour. sul disco comparirà in versione full band.
ciò detto, stiamo cominciando a fissare i primi live, tenete d'occhio la mia pagina su myspace. altre novità in arrivo.
segni su una pagina bianca. suoni in uno spazio aperto. il massimo delle aspettative.